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Autore: Giacomo Dotta
La Digital Networks Act (DNA) proposta dalla Commissione Europea ha molti pregi, grande visione, risponde ad esigenze urgenti e prepara il terreno a grandi passi avanti per il concetto di Unione Europea. Tuttavia non è tutto oro quel che luccica e l’Associazione Italiana Internet Provider ha voluto sottolineare gli aspetti che più preoccupano in questa fase, in attesa che l’applicabilità possa diventare terreno di confronto al Parlamento Europeo.
Il timore espresso dall’AIIP è che il cambio di paradigma in atto possa portare a un modello chiuso e selettivo nel quale il possesso di capitale e potere negoziale andrà a determinare una progressiva concentrazione delle quote di mercato. L’unica risultante possibile, insomma, potrebbe diventare quella di un grande oligopolio continentale nel quale i piccoli provider vengono spazzati via mentre quelli più importanti (forti delle loro quote, nei loro network transnazionali e del loro potere di investimento) andranno a colonizzare il comparto.
Il settore delle telecomunicazioni è l’unico grande mercato infrastrutturale europeo in cui, grazie alla concorrenza, si è assistito negli ultimi vent’anni a un aumento costante della qualità dei servizi e, contemporaneamente, a una riduzione significativa dei prezzi finali. Smantellare la concorrenza significa inevitabilmente invertire questa dinamica: meno scelta, meno pressione competitiva e tariffe più alte.
Il timore espresso è che, nella fretta di arrivare a una nuova riforma del settore, si siano ignorati gli effetti collaterali che una riforma simile potrebbe determinare già nel medio periodo. Non solo: laddove la riforma precedente è relativamente recente e ha richiesto tempi lunghissimi di attuazione, “l’introduzione di una nuova riforma, prima ancora che la precedente si sia effettivamente consolidata, apre a nuove incertezze interpretative e applicative, e risulta particolarmente pericolosa per le PMI“.
L’AIIP ha voluto contestare la riforma punto su punto, mettendo in luce gli elementi maggiormente problematici affinché si possa evitare quello che viene visto come un possibile punto di rottura tra un modello neutrale a uno oligopolistico privi di quegli attori medio-piccoli che hanno fin qui rappresentato la ricchezza del settore (anche attraverso coraggiosi investimenti laddove il grande attore di mercato girava le spalle in virtù di situazioni “a fallimento di mercato”).
Queste le contestazioni avanzate:
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Assegnazione delle frequenze 5G per durate potenzialmente illimitate
Lo spettro è una risorsa scarsa con alto valore strategico, la cui gestione dovrebbe continuare a rispondere a criteri di efficienza, concorrenza, proporzionalità, sovranità europea e periodica rivalutazione dell’interesse pubblico. La concessione di un bene pubblico per un tempo illimitato, oltre che incoerente con consolidati principi europei, configura una sostanziale sottrazione di tale bene alla cittadinanza, a favore dei grandi operatori mobili. Scelta che appare d’altra parte in linea con la volontà di assegnare al 5G ampie porzioni dello spettro 6 GHz, precludendone l’uso libero ai cittadini e alle imprese per le proprie reti Wi-Fi di nuova generazione garantendo invece maggiore spazio a servizi remunerati;
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Reti chiuse legali: l’accesso all’ingrosso diventa opzionale
Il Digital Networks Act apre la strada a reti condivise tra pochi soggetti selezionati, nelle quali l’accesso all’ingrosso non è più un pilastro del sistema ma una variabile negoziale. Attraverso accordi, impegni e assetti societari costruiti ad hoc, gli operatori dominanti possono ridurre o sterilizzare gli obblighi di accesso, anche in presenza di infrastrutture che beneficiano indirettamente di risorse pubbliche. È la fine dell’idea di rete come bene contendibile: chi è dentro resta dentro, chi è fuori resta fuori;
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Obblighi simmetrici di accesso trasformati in eccezione teorica
Gli obblighi di accesso, che per anni hanno garantito competizione e pluralismo, vengono relegati a misura residuale, applicabile solo dopo procedure complesse, lente e cariche di oneri probatori. In pratica, l’accesso regolato diventa un’eccezione, mentre la regola torna a essere il controllo esclusivo dell’infrastruttura da parte di pochi grandi operatori. I piccoli e medi operatori vengono progressivamente espulsi dal perimetro decisionale e industriale.
Internet è nata come unione di reti autonome, distribuite ed eterogenee. Promuovere grandi reti chiuse e condivise va contro i principi fondanti di Internet, aumenta la fragilità sistemica e riduce la resilienza. Quando una rete unica si ferma, si fermano tutti;
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Spegnimento del rame e transizione imposta dall’alto
Il DNA consente una gestione centralizzata e amministrativa dello spegnimento delle reti legacy, riducendo il ruolo della concorrenza e della scelta individuale. La transizione tecnologica viene trasformata in un processo pianificato dall’alto, dove l’utente finale diventa un soggetto passivo e gli operatori alternativi perdono leva competitiva. Il rischio concreto è quello di migrazioni forzate verso reti e condizioni non realmente contendibili nel tempo.
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Portabilità e libertà di scelta: un passo indietro
Dopo vent’anni di lavoro regolatorio sulla tutela del consumatore, sulle procedure di switching e sulla libertà di cambiare operatore, il Digital Networks Act introduce una rigidità centralizzata che rischia di smontare pratiche nazionali virtuose. La libertà di scelta dell’utente minaccia di essere sacrificata sull’altare dell’“efficienza” e dell’ottimizzazione delle reti, con un arretramento culturale che riporta il settore indietro di decenni;
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Autorità nazionali svuotate e regolazione politicizzata
Il DNA riduce drasticamente l’autonomia delle autorità nazionali di regolazione, trasferendo il baricentro delle decisioni alla Commissione europea. Le autorità diventano sempre più organi consultivi, in parte privati della capacità di intervenire in modo tempestivo e aderente alle specificità territoriali. La regolazione delle reti, da tecnica e indipendente, diventa sempre più centralizzata e politicizzata;
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Rischio takeover: la fase finanziaria della concentrazione
Una volta indeboliti o espulsi gli operatori indipendenti, possiamo immaginare una seconda fase finanziaria. I grandi gruppi globali e i fondi di investimento potranno entrare nei capitali degli ex monopolisti europei con la certezza di regole favorevoli e di mercati ampi, uniformati dal DNA e poco contendibili. Se questo accadrà, prezzi saliranno, la qualità ristagnerà e il pluralismo economico verrà sacrificato. Con effetti inevitabili anche sulla libertà di espressione e sulla sovranità digitale.